Dalla lirica sociale alla tragedia dell'io

 
Γνῶθι σαὐτόν

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Nell'incipit dello scritto "Prolegomeni  alla filosofia di Platone l'autore anonimo osservava che Aristotele aveva riconosciuto un innato desiderio degli uomini verso la conoscenza e l'attitudine a vedere nell'amore per il sensibile questo slancio fede. Proprio grazie a questo strumento, dunque, noi tutti siamo attratti dal sensibile, perché abbiamo impulso verso la conoscenza. Se proprio vogliamo vedere consonanza tra Aristotele e Platone è in questo credo comune che essi si riconoscono.

Eppure è appunto sul sensibile che i due scoprono un'evidente contraddizione: se è lo stesso Platone a riconoscere che la conoscenza nella famosa caverna è inficiata dalla fallace percezione del sensibile, Aristotele esamina il mondo, e ciò che nella fisicità della natura umana aspira alla metafisica con gli strumenti del sensibile, fidando nella sperimentazione, nella ricerca e nella classificazione delle evidenze.

Il tema, perfino alla lettura dei semplici, propone una tale profondità di osservazioni che non dispiace cominciare ricordando una passo apparentemente leggero, ma chissà fino a che punto complesso di uno dei  Pensieri di B. Pascal (I Molinier, p. 118) quando parla demitizzando l'aura pedante intorno a Platone ed Aristotele: «On ne s'imagine Platon et Aristote qu'avec des grands robes de pedants. C'éstoyent des gens honnestes et comme les autres, riant avec leurs amys, et quand ils se sont divertis a faire leur Lois et leur Politique , ils l'ont faite en se jouant, c'estoit la partie la moine philosophe et la moine serieuse de lor vie, la plus philosophe estoit de vivre simplement et tranquillement. S'ils ont écrit de politique, c'estoit comme pour regler un hospital de foux, et s'ils ont faite semblent d'en parler comme d'une grande chose, c'est qu'ils favoient que les fous à qui ils parloyent pensoient ètre Rois  et empereurs. Ils entroient dans leurs principes pour moderer leur folie au moins mal qu'il se pouvoit»